Panetti western

Mozz’Art – Marsiglia – ore 20:38.
Io: “buonasera, vorrei una pizza rucola e pomodorini.”
La ragazza della cassa, col solito sorriso di cartapesta che chiunque abbia un ruolo di accoglienza in Francia si mette in faccia – salvo poi disimparare completamente cosa sia l’ascolto e cosa signfichi la nozione di “senso pratico” – mi indica all’interno del menù una certa “Pizza Royale”, che presenta una lista di ingredienti tale da riempire tre righe fitte, tra i quali si menzionano, appunto, la rucola e i pomodorini.

Sorrido nostalgicamente, pensando a quando, ormai qualche anno fa, istruivo il pizzaiolo del mio vecchio quartiere sulla modalità di guarnire la pizza. Intendiamoci: è comunque la declinazione di pizza più vicina a quella italiana che abbia mai assaggiato all’estero, ma forse, proprio per questo, i marsigliesi ne fanno un vanto. Quasi come se l’avessero inventata loro, sono talmente abituati a ritrovare quel gusto e quel sapore, che rifiutano di pensare che esista un modello di pizza, quella vera, quella italiana, quella na-po-le-ta-na, alla quale loro dovranno per sempre prostrarsi, sottomettersi e ambire, se vogliono continuare a chiamare “pizza” il loro intruglio farinoso.

Ma non ci allontaniamo.
Blocco la ragazza – la cassa per fortuna si trova a una distanza tale che riesco a parlare contemporaneamente con lei e con il pizzaiolo che ascolta alle sue spalle – e, palmi delle mani fermi davanti a loro, li fisso, prima l’uno poi l’altra, pronunciando chiaramente: “rucola, mozzarella e pomodorini”.
Il pizzaiolo a quel punto aveva già deciso di odiarmi. Smette di guardarmi, continuando però ad ascoltare ciò che la ragazza della cassa sembra proprio non aver capito.
– “Non vuole il prosciutto, il formaggio…?”
– “no, signorina, solo rucola, mozzarella e pomodorini”
– “Ah, ok”, aggiunge il pizzaiolo, disgustato dall’idea di dover adagiare tale povertà di elementi sul suo disco di pasta lievitata – “allora la vuole pomodoro, mozzarella, rucola e pomodorini”.
– “No signore, la voglio senza pomodoro, solo mozzarella, rucola e pomodorini”.
La ragazza della cassa, occhi brillanti dell’intuizione appena sopraggiunta, prende la parola e ci spiega: “la vuole bianca, con la crème freche!”

A quel punto vorrei ipnotizzarli, rimpiango il momento in cui ho varcato la soglia di quel luogo maledetto, sono sopraffatta dal desiderio ardente di diventare un dio qualunque per fargli fare la cosa giusta almeno una volta nella vita, condurli da qualche parte molti metri sopra il livello del mare e spingere forte, sparire, diventare mazzo di rucola e frustarli, cuocerli, drogarmi con la farina fino all’overdose di tipo OO.

E invece taccio, e metto via una delle due mani rimaste lì coi palmi puntati verso di loro come a volerli congelare – e, aiutandomi con le dita, conto insieme a loro:
I) mozzarella
II) rucola
III) pomodorini

La ragazza della cassa va in tilt come un pc a cui si fa una doccia di coca-cola. L’altro vorrebbe gettare la spugna, ma invece sbatte giù il panetto, e comincia a stenderlo con tutto lo sdegno che gli ha prodotto quella amara sentenza.
– “E ora come la batto, non c’è nel sistema” – domanda smarrita e spazientita la ragazza della cassa al pizzaiolo, che in quel momento sta cercando di farsi una ragione, immaginando la malattia che mi impedisce di essere una persona normale, con gusti normali, una vita piacevole, dei sogni. C’è pena e rabbia nei suoi occhi, quando si volta e distrattamente parla alla collega dicendole: “batti una margherita”.
La ragazza della cassa, alleggerita e con un ritrovato sorriso plexi, si rivolge a me e scandisce: sono nove euro e cinquanta.
– “allanemechitevviv” – riesco solo a pensare, dopodiché i miei occhi sono tutti rivolti a quello che il pizzaiolo sta producendo.
Io ho un problema, lo so: ci sono cose per cui perdo la pazienza, mi impunto, soffro fisicamente. Sono reazioni molto probabilmente non condivisibili, sproporzionate, ma – tipo – quando si sbaglia a servirmi qualcosa, quando si dimenticano ingredienti o si dimentica di togliere ingredienti o di sostituire ingredienti, quando si brucia o quando si scuoce, a me viene il marcio dentro, l’orticaria.
La trovo un’ingiustizia: verso di me, verso le mie aspettative, verso i miei soldi, e va a finire che quello che mangio mi fa pure male allo stomaco.

E io già sentivo di avere sbagliato approccio con quei poveri ignari ragazzi, ed ora la pressione che mettevano i miei occhi sull’attività del pizzaiolo, di certo non avrebbe giovato al risultato finale.
E come se non bastasse, di tanto in tanto lancio innocentemente qualche domanda sulle farine usate, il lievito, ma sulla mozzarella non oso indagare.

Beh insomma, “ve la faccio breve”. Alla fine, amici miei, questo qua ha buttato nel forno una pizza con sopra un manto di mozzarella, senza nemmeno aggiungerci un filo d’olio, né prima né dopo ; dopodiché, tirandola via dal forno cruda, BIANCA, ci ha buttato su un sacco di rucola e mezzo pomodorino per ogni spicchio di pizza.

E pure oggi l’omeprazolo ha fatto bene il suo lavoro.

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