Eri candida.

Eri candida. A volte anche toccarti pareva un modo di inquinare la tua limpidità. Il sole, baciandoti, inventava giochi famelici di ombre sul tuo seno che ad osservarli si era trasferiti di colpo verso un’esperienza eterea e senza tempo. Oppure un tempo ce l’avevi, ma non era certamente quello in cui si muoveva il mondo intorno a te. Con i tuoi pizzi e i tuoi drappeggi sobri disegnavi i tratti di una donna remota, fascinosa, tradizionale e augusta.

Il giorno in cui ti avrei perduta, come il messaggero di un infausto destino, arrivò affannato e colmo di interrogativi. L’aria aveva un peso differente, e ogni cosa, osservata con quegli occhi, pareva la tessera dell’immenso domino che segna il percorso della mia vita. Aprii quella porta ancora prima di scorgerti in cima. Grondavi; eri umida, immobile e spenta. Osservarti in quel modo, sull’uscio…non ero preparata! La mia immaginazione – che pure vaga e raggiunge pieghe improvvisamente tetre a volte – non aveva mai plasmato quella figura. Grigia, sembravi morta. Eppure eri davanti a me e sebbene il sole non ti illuminasse più, tu eri viva, respiravi.

Fu l’attaccamento alla vita che mi donò la lucidità di fare tutto bene. Dall’istante in cui ti vidi così, il mondo intorno cessò di esistere. I miei problemi, quella dannata ricerca di soldi e affermazione, d’un tratto nulla era più reale – volevo salvarti. Ti avrei donato il mio ossigeno, per rivederti chiara come un tempo. E’ incredibile come ci si possa ingaggiare e come le più alte qualità e i più elevati rendimenti possano sortire quando l’urgenza e un obiettivo CHIARO ti si pongono dinnanzi. Ero il medico che ti avrebbe salvato, nessun altro poteva farlo in quel momento, e nessuno l’avrebbe fatto meglio di me. La sera stessa, i miei sforzi silenziosi – e forse la tua voglia di darmi soddisfazione, voglio pensare – ti restituirono l’apparenza di un tempo. Ed io mi ricaricai di fiducia, ed ebbi anche a pensare che dopotutto i tuoi progressi erano stati repentini. Molto meglio dei presagi di morte che quella grande paura mi aveva arrecato. Furono il sollievo e la gioia di vedere che pian piano riprendevi la tua natura, che cullarono il mio sonno quella notte.

Ognuno: ogni uomo, la natura, e finanche le cose, hanno a fare il proprio destino. Ma essi si compenetrano, e l’uno può determinare qualcosa nell’altro. Lo scambio di due sguardi, un biglietto trovato a terra, lo strappo di un vestito, una notte di vento: possono aggiungere elementi ed intingere con il proprio senso le nostre esistenze. L’urgenza di recuperare la tua salute, e tutto ciò che ho fatto, hanno arricchito quelle ore di un significato profondo: molto più di quanto non facciano intere giornate, o mesi a volte, trascorsi nell’incapacità di agire per salvare la mia vita. La tua bellezza e la tua luce, al di là di ogni inganno, non c’erano più. Sei volata via nella notte, ma hai lasciato nella mia casa il lume intenso del tuo splendore. Ho imparato da te, che sei una cosa, che la cosa più importante sei Tu.

(Racconto inedito tratto da: “Lettera a una camicia bianca lavata, scambiata, decolorata e volata via col vento mentre asciugava.”)

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