Marzo è pazzo, allora fate una pazzia: riflettete!

Countdown.

Manca una settimana al 4 marzo. È una data tormentone, ormai. Sono 5 anni che sono italiana dall’estero, anche se ho scelto un estero molto prossimo all’Italia. Dopo il primo anno – che nei miei programmi vedevo come un momento legittimo di esperienza, di apprendimento, di naturale declinazione delle mie inclinazioni – dopo quel primo anno trascorso sui lidi di Marsiglia, beh, la cosa naturale da fare sarebbe dovuta essere tornare a casa, dove mi aspettavano tutti, fidanzato compreso.

Il perché io non l’abbia fatto ha una spiegazione, sicuramente, anche se non l’ho ancora intuita del tutto. E questa spiegazione ha a che fare con la mia vita ma credo anche con la condizione dell’Italia.

La prima cosa che vorrei chiarire è che io non mi sento e non sono un “cervello in fuga” come non lo sono tantissimi degli italiani che conosco e che vivono fuori. Ma non sono neppure un’emigrante, nell’accezione di emigrazione che si fa riferendosi alla generazione dei  miei bisnonni, dove si andava via per disperazione, e non si tornava (quasi) più.

Io torno, per periodi più o meno lunghi, ogni tre o quattro mesi, ma ogni volta che torno sono sempre un po’ in vacanza, avendo un lavoro e producendo reddito in un altro Paese. E’ naturale, quindi, che in una settimana di ferie, tra le coccole della famiglia, la gioia di ritrovare gli amici, i bar di “fiducia”, il cibo – oh mio dio, il cibo – non  abbia il tempo di sperimentare la vita vera. Non ho questo tempo, ma non ho mai, mai, mai smesso di agire e pensare da italiana, ovunque fossi. Questo è un altro dei motivi che mi fa dichiarare senza esitazioni di non essere quel tipo di persona che parte e va via perché non sente poi così forte l’attaccamento al luogo e alla cultura che lo hanno forgiato, ma viaggia perché è altrove che lo fanno approdare i suoi studi, le sue ricerche, le sue passioni, e fondamentalmente neanche si pone la questione sull’Italia: “casa” o cosa?

Insomma, i veri “cervelli in fuga” hanno un cuore abbastanza nordico. Ve ne dico un’altra, ricordate: neanche le migliaia di ricercatori italiani in giro per il mondo sono tutti “cervelli in fuga”. Spesso, è solo più semplice fare ricerca all’estero, punto.

Quanto a me, io sono una donna di estrazione popolare, a cui è stata assicurata un’istruzione universitaria, che è partita per massimizzare tutte le possibilità di apprendimento e di lavoro, sempre a condizione di non corrompere, ma anzi migliorare, la qualità della propria vita. Partire a Milano avrebbe avuto più o meno lo stesso valore: stavo lasciando la mia Costa d’Amalfi per raggiungere un posto che avrebbe risposto con più opportunità ai miei stimoli e alle mie competenze, ma a quel punto ho preferito fare qualche chilometro in più e raggiungere la Cote Bleue.  

Ed effettivamente, quando parti con un buon livello di istruzione (ma anche meno), buona volontà, tenacia, voglia di lavorare, i Paesi Europei che “funzionano” sanno rispondere con opportunità sicuramente più facili da cogliere, rispetto a quanto invece accada nel meridione d’Italia.

Tale è – più o meno, con le dovute eccezioni – la situazione di questi circa 250 mila italiani che sono partiti dal 2010 ad oggi.

A una settimana dal voto vorrei apportare un contributo alla riflessione elettorale, che parte forse da un punto di vista differente, ma ormai non più così unico, vista la presenza massiva di italiani all’Estero. Come dicevo, sono una di quegli italiani che continuano a mantenere un vivo attaccamento al proprio Paese, con non poche conseguenti crisi provenienti dalla “doppia assenza” concetto di sociologia che cerca di spiegare la condizione di chi vive il vuoto del luogo che ha lasciato e l’isolamento di quello in cui approda – ecco, in questo senso sono sicuramente più emigrante che cervello, ma tant’è. Dicevo, dunque, che sono da 5 anni in Francia e anche qui, dal punto di vista elettorale e sociale, ho avuto la fortuna di vederne tante. Sono arrivata con l’entusiasmo di un Hollande appena eletto, e ne ho osservato anche il tracollo, salutando dalla punta della collina di Notre Dame de la Garde l’ultimo tentativo di essere di sinistra e stare al governo.

Poi ho “visto” il terrorismo – si fa per dire – perché l’unico terrorismo che ho visto veramente (per fortuna) non mi ha mostrato il sangue, ma controlli sempre più serrati su chi sono, dove vado, cosa faccio, come pago, perché viaggio, cosa ho nella borsetta.

Non crediate, in Italia, che dal punto di vista ideologico, gli altri Paesi se la passino meglio : sono soltanto a livelli diversi di riflessione, ma la crisi è evidente anche qui, perché la questione principale che gli stati nazionali si trovano ad affrontare, generatrice anche di una bella razione di dubbi, contraddizioni e politiche oscene, riguarda sempre lo stesso bisogno di essere una nazione e rispondere al proprio popolo, ma allo stesso tempo anche l’essere un continente e rispondere alla propria banca.

Il sogno dell’Europa che abbatte le barriere e ci rende tutti più forti e più liberi aveva un prezzo, quello di sacrificare un buona parte dei nostri PIL e della nostra identità. Sicché siamo in Europa, tutti più forti e più liberi, ma anche più poveri e più controllati.

Cosa succede, quindi, quando un Paese come l’Italia si trova nella condizione di non poter più rimandare delle elezioni che avevamo, con tutte le astuzie, i colpi di coda e di scena più inverosimili, evitato con buona pace di elettori ed eletti, tutti poco meritevoli dei diritti acquisiti?

Succede che ci sono problemi vecchi, nuovi e contingenti che attraversano gli elettori, ormai diseducati e disabituati a votare, ad esprimere un giudizio o un attaccamento a dei valori piuttosto che ad altri, perché lasciati nell’incuria di un interesse comune che per troppo tempo ha significato solo ed esclusivamente piatto da spartirsi.

“Dobbiamo saziarci tutti” – le parole che mi rimbombano in testa negli ultimi giorni, pensando all’ennesima indagine che ha coinvolto i palazzi del potere in Campania.

Insomma è incredibile; siamo in Europa, fra un’altra manciata di anni ne usciremo, la storia va avanti e noi non siamo ancora riusciti a risolvere problemi basilari legati alla mentalità e alla cultura: non siamo riusciti a capire che occuparsi del bene comune in maniera legale potrebbe giovare a tutti e riportare un livello di benessere che permette alle persone come me, delle persone normali, non dei geni incompresi, delle persone comuni, di vivere serenamente e con soddisfazione, di lavorare, di fare degli investimenti economici, umani, culturali, di migliorare la vita degli altri e quella del posto in cui vivono.

Voi non avete idea di quanto mi senta felice e triste nel compiere dei gesti di civiltà ovunque mi trovi e non essere capace di farli con continuità nel posto in cui sono nata, semplicemente perché in quel posto le regole che prevalgono sono quelle della giungla, e non della democrazia.

Purtroppo o per fortuna, prima di poter vivere la vita per la collettività, bisogna capire sé stessi, conoscersi, ascoltarsi ed essere in grado di rispondere alla propria felicità. Ecco, forse il mio stare fuori aveva questo obiettivo: quello di capire cosa significhi esistere in un luogo e non essere “bullizzato” – perché è questo ciò che succede in una società ignorante, in un mondo in cui ci si crede istruiti ma nessuno ammette di riconoscersi molto di più nelle battute della D’Urso che nelle lezioni di De Mauro. Succede che nella dinamica del branco, se sei diverso sei deriso, isolato, e per rispondere devi usare gli stessi registri, molto spesso con risultati catastrofici, perché l’odio genera odio, la violenza genera violenza, e ci vuole tenacia e resistenza per potersi esprimere intelligentemente e non soccombere, deriso dal branco che, con espedienti di spessore variabile ma sempre inferiori al millimetro, trova ogni spunto per demolire invece che costruire, perché in tal modo salvaguarda una comfort zone che si capirà solo alla fine quanto sia fittizia, instabile e nociva.

Purtroppo o per fortuna (bis) ci siamo quasi, alla fine, perché come diceva qualcuno “zizzinella is over”: risorse, soldi, pazienza, tempo, scuse, tutto sta finendo, e non si può che ricostruire guardando la realtà senza più il filtro delle attenuanti che ci siamo sempre dati. Mi includo in questo discorso perché non crediate che non mi senta in colpa a non contribuire come vorrei – almeno in questo momento – al benessere del Paese, ma era necessario che pensassi al mio avvenire prima di rischiare di essere inghiottita dalla violenza che un paese bellissimo come l’Italia può contenere.

Ciò che risulterà dal voto del 4 marzo ha poca importanza, in fondo – anche perché sarà certamente un risultato instabile come instabile è il contesto nel quale le proposte sono nate.

L’occasione che invece sarebbe bello cogliere, è quella di ricordarsi che ognuno di noi conta per le sorti di una nazione. Il voto ci ricorda che siamo in democrazia, e la democrazia non è affatto una conquista spicciola. Per ottenerla siamo passati attraverso l’ingiustizia vera, la considerazione che alcune categorie di persone, per motivi contingenti alla loro classe sociale, al loro sesso o al loro grado di istruzione, non avessero gli stessi diritti civili e umani di altre, e non avessero per conseguenza neppure diritto di esprimersi relativamente alla gestione e al governo di una nazione.

Vi sembra poco, questa conquista? io vi prego soltanto di ricordarvene, e di ricordarvi che la democrazia significa che il voto e l’azione di ognuno determina la direzione delle azioni della collettività, prima, durante e dopo il 4 marzo.

Tutto qui. Tutto questo panegirico, per dire a me stessa e a chi avrà la bontà di leggere queste parole, che i diritti che abbiamo oggi non sono affatto scontati, ma sono una conquista che è valsa il sangue, le lotte e il sacrificio dei nostri antenati. Spero che non saremo così stupidi e imbruttiti da aver dimenticato tutto questo, spero che non sarà necessario ritornare al grado zero dell’umanità per riprendere a cuore certe consapevolezze, perché poi forse sarà troppo tardi, e allora nuove vite dovranno essere sacrificate, verosimilmente le nostre, o quelle dei nostri figli, se avremo possibilità di averne. Da uno Starbucks di una località X d’Europa è tutto, a noi la scelta, quotidiana, di essere vivi e liberi, oppure burattini e schiavi.

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